Sudafrica

Visita guidata alle township di Città del Capo

Una delle prime immagini che si hanno in fase di atterraggio all’aeroporto di Città del Capo è l’immensa distesa di catapecchie di lamiera disseminate lungo l’autostrada. Questo affollato ammasso di metallo, legno e cavi, che sembra estendersi a perdita d’occhio, forma le cosiddette township: aree urbane abitate esclusivamente da «non-bianchi» (cioè Blacks, Coloureds e Indians secondo la terminologia utilizzata nel testo di legge sulla registrazione della popolazione del 1950) e costituite da edifici abusivi che non dispongono dei servizi igienici basilari o dell’accesso all’acqua potabile. Sviluppatesi in modo capillare con l’avvento dell’apartheid nel 1948, le township non hanno cessato di espandersi nemmeno in seguito alla fine della politica segregazionista (1994) come testimoniato da alcuni dati quali la più alta densità abitativa dell’intera regione e un tasso di omicidi da far rabbrividire.

L’escursione alle township non faceva inizialmente parte dell’itinerario preventivato, ma abbiamo deciso di includercela in seguito alle visite di Robben Island e dei musei di District Six e Bo-Kaap che ci hanno aperto gli occhi sulle forti disuguglianze tuttora presenti all’interno della società sudafricana. Essendo altamente sconsigliato avventurarcisi in autonomia, ci siamo avvalsi di un operatore turistico locale con cui abbiamo effettuato un tour guidato di mezza giornata che si è snodato attraverso alcune delle principali township nei sobborghi di Città del Capo – ovvero Langa, Khayelitsha, Mitchell’s Plain, Nyanga e Guguletu, vedasi mappa qui sotto.

La prima cosa che abbiamo notato spostandoci con l’auto della nostra guida è l’attività frenetica all’interno delle township: bambini che giocano per strada, uomini che fanno compravendita di merci in baracche di lamiera adibite a botteghe di vario tipo, donne che discutono davanti ai portoni di casa, un via vai incessante di carretti e biciclette.

Le varie soste realizzate durante il percorso hanno avuto come scopo quello di:

  • spiegarci l’origine delle township
  • farci familiarizzare con la vita quotidiana dei loro abitanti: la nostra guida, nata e cresciuta a Khayelitsha, ci ha fatto ripercorrere alcuni dei luoghi della sua adolescenza tra cui quello più curioso (e un po’ lugubre a dire il vero…) è stato lo sheebeen, un pub illegale in cui abbiamo assaggiato l’umquemboti, una birra di mais fatta artigianalmente
  • mostrarci i progetti messi in atto per migliorare il benessere della comunità. A questo proposito, abbiamo visitato un atelier di artigianato locale, dove si producono e vendono le creazioni artistiche tipiche di questa zona – ossia oggetti fatti con l’alluminio delle lattine, dipinti tribali e bigiotteria, un programma di orti collettivi gestito da un intraprendente monaco buddista ed una delle case di mattoni fatte recentemente costruire dal governo sudafricano nel tentativo di riqualificazione delle township.
Quadretto raffigurante una township

Quando ce ne siamo andati da questo gigantesco «alveare», ben raffigurato dall’immagine di copertina, le sensazioni predominanti era due: la gratificazione di aver incontrato persone che hanno arricchito la nostra conoscenza sociale e il piacere nell’aver visto con i nostri occhi che le township hanno molto di più da offrire rispetto alla povertà, al crimine e al degrado di cui si sente parlare sui media.

Township viste dall’autostrada

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